sapere teologico e sapere scientifico: due sguardi sul futuro- 23 Aprile 1998
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Il futuro e la speranza nell’Apocalisse

Fulvio Ferrario


Già il fatto che l’Apocalisse abbia a che fare con il futuro è una finta ovvietà, sembra ovvio perché oltre l’apocalisse non c’è nulla è per definizione la fine, in realtà anche dal punto di vista etimologico significa rivelazione e anche il libro dell’Apocalisse più o meno in tutte le lingue moderne che conosco si dice rivelazione, viene sciolto il termine ma è un libro che per la verità si rivolge al presente come pochi altri all’interno delle sacre scritture. Anche se non si sa con esattezza quando è stato scritto possiamo collocarlo con una buona verosimiglianza sotto il periodo di Domiziano, cioè verso la fine del I secolo nel quadro di una violenta persecuzione nei confronti della chiesa. La persecuzione non bisogna immaginarla come un’ondata generale in tutto l’impero, simmetrica rispetto ai vari territori dell’impero, qua e là cerano durante la persecuzione delle esplosioni e l’autore è un esiliato politico a Patmos. Già dall’origine l’apocalisse è tutt’altro che un testo mistico, se per mistico si intende qualcosa che nasce nella quiete del monastero, nasce invece nell’isolamento della segregazione del militante, di colui che a causa del proprio impegno viene condannato e carcerato, quindi questo contesto e anche questa genesi militante del libro è essenziale. Il libro si rivolge quindi al presente.
L’apocalisse ha questa struttura a scatole cinesi per cui ci sono i sette sigilli, le sette trombe… e tu devi sapere cosa c’è alla fine, apri tutte queste porte, queste scatole per arrivare al settimo e dentro ce ne trovi altre sette e poi altre sette ma che c’è alla fine? Quello che c’è alla fine lo si sapeva già dall’inizio: l’agnello sgozzato ed è questo il contenuto ultimo della rivelazione, però il fatto è che l’agnello sgozzato è il signore colui per il quale «ogni ginocchio si piega nei cieli sulla terra e sottoterra», colui che assieme a quello che l’Apocalisse chiama «colui che siede sul trono», cioè assieme a Dio, è oggetto e protagonista di questa grande liturgia cosmica che costituisce la tessitura, l’orditura del nostro testo.
Il testo parla al presente, è la chiesa perseguitata che deve sapere che il signore crocifisso, l’agnello sgozzato è il kourus e non l’imperatore e che la nuova Gerusalemme non è la nuova Babilonia (babilonia è la cifra, l’immagine che l’Apocalisse utilizza per parlare presumibilmente di Roma) ma va al di là del riferimento storico per parlare di questa potenza che agisce per conto della bestia, che agisce per conto del nemico, nemico che anche lui conduce una battaglia, con dio, una battaglia cosmica ma che ha riferimenti ben concreti. Il quadro dell’apocalisse si delinea su due piani da un lato c’è quello che accade a livello cosmico e al di là della storia ma quello che accade là ha una sua ricaduta di qua per cui il dragone, le forze del male già sconfitte dall’agnello menano nella storia tremendi fendenti, fendenti sotto i quali la chiesa militante soffre, e sotto questo profilo il libro dell’Apocalisse non si perde in promesse narcotizzanti, tranquillizzanti cioè avverte la chiesa del fatto che il sangue verrà versato fino all’ultimo. Il sangue va versato come tributo di fedeltà all’agnello sgozzato sulla garanzia di una vittoria già certa. Un libro militante, e che come pochi altri si oppone al tentativo di demitizzazione di Bultmann. L’idea di Bultmann è che le immagini con cui la bibbia parla delle cose ultime, anche di quelle prime, sono immagini che non hanno alcun referente nella realtà, per esempio: la nuova Gerusalemme, lo stagno di fuoco sono immagini, anche l’idea del futuro va privata del suo contenuto cronologico, non è il futuro domani, dopo domani, non è la fine del mondo che verrà in una data x del calendario che non sono in grado di conoscere. Il ritorno di cristo concepito in questo modo per Bultmann rientra nella sfera del mitologico che bisogna demitizzare che per lui non vuol dire incenerire, distruggere ma vuol dire togliere la scorza per poter cogliere il nucleo. E il nucleo è il contenuto esistenziale, ossia che cosa vuol dire il messaggio escatologico il messaggio sulle realtà ultime, vuol dire che il momento ultimo è adesso cioè che ogni attimo può essere il momento ultimo: momento in cui nell’incontro con l’annuncio della parola, keri per dirla nei termini di Bultmann, la mia esistenza viene radicalmente reinterpretata e io scopro una nuova identità. Questo in sostanza è il contenuto del messaggio, quindi tutto si svolge sul piano individuale perché sono io che ascolto il kerigma, cioè l’annuncio, sono io che reinterpreto la mia esistenza alla luce di questo kerigma che mi dice, secondo Bultmann nelle categorie esistenziali mutuate dal primo Heidegger (quello di “Essere e tempo”) che lui utilizza, che io non sono fondato su me stesso, sulle mie possibilità ma trovo il mio fondamento nell’altro da me in Dio e questo secondo Bultmann coincide con il messaggio paolinico della giustificazione.
L’apocalisse resiste contro questo tentativo, perché l’apocalisse non si rivolge alla coscienza del singolo, qui non c’è nessuna esistenza nuova da reinterpretare, tra l’altro di fronte alle fauci dei leoni a cui i lettori dell’apocalisse erano in buona parte promessi, c’era poco da filosofeggiare li il problema era molto reale. Il problema era che c’era una potenza amica, vissuta come nemica,Roma, che voleva uccidere e si trattava di capire se questa morte avesse un perché e quindi un senso oppure no. La risposta del nuovo testamento in particolare il libro dell’Apocalisse è che ha un senso perché colui che siede sul trono e l’agnello sono già passati attraverso la morte, e hanno vinto. Il tema del chi vince, chi ha vinto ritorna nell’apocalisse, e colui che ha vinto è il pantokrator, l’onnipotente il signore colui che domina ed è l’agnello.
L’Apocalisse è l’unico testo nel nuovo testamento dove ricorre l’aggettivo onnipotente, è così centrale nell’immaginario cristiano ma ha uno strano destino. Nell’antico testamento questa parola non c’è, dove viene tradotto “Dio onnipotente” Kurios pantokrator in greco, in ebraico c’è l’espressione il signore degli eserciti che non c’entra nulla con l’onnipotenza ma vuol dire un’altra cosa. Nel nuovo testamento pantokrator ricorre pressoché esclusivamente nell’Apocalisse quindi il problema dell’onnipotenza di Dio che è centrale nel credo, è meno centrale nella Bibbia che non nel credo.
Nell’apocalisse il kurios è pantokrator perché appunto la promessa che raggiunge la chiesa è che vince: ossia chi resiste nella persecuzione, non ha dalla sua un Cristo debole ma un cristo forte. Per l’apocalisse il Cristo crocifisso è il vincitore, la mistica del Dio e del Cristo debole che ha bisogno di esser aiutato, che ha bisogno degli uomini che circola anche nell’immaginario, nella poesia, nella lirica, nella preghiera cristiana è strana nell’Apocalisse perché chi deve affrontare la morte è già abbastanza debole di suo quindi il Cristo a cui fa riferimento è un Cristo in grado di salvare. Questo Cristo è il signore del cielo e della terra, non solo del cielo, del cuore degli uomini, dell’autocoscienza di Bultmann ma anche della terra, anche della storia. Mentre l’interpretazione esistenziale riduce la storia a storicità cioè l’aspetto esteriore della storia: le cose, i poteri, la politica, la vita, la morte, la società tutto ciò all’interno dell’interpretazione esistenziale perde d’importanza e tutto quello che conta è la mia storicità, il divenire della mia coscienza che nell’incontro con la parola si interpreta in modo diverso. Non è dunque questo il tema dell’Apocalisse, l’Apocalisse non è interessata alla storicità dei credenti è interessata alla storia, la domanda che essa si pone è “Chi è il signore della storia?”. C’era uno slogan nazista durante il terzo reich che diceva “Il cielo ai passeri e ai cristiani, la terra a noi” ecco l’Apocalisse si contrappone a questa idea, idea che veniva accettata anche da molti cristiani ossia che la politica e i signori di questo mondo si occupano della terra mentre le religioni si occupano del cielo ed era un immaginario largamente diffuso non solo fuori ma anche all’interno della chiesa.
Questo pensiero però non è quello dell’Apocalisse, infatti ritiene che l’idea che ti fai del cielo ha un immediato riflesso sull’idea che ti fai della terra, allora colui che crede che in cielo siede colui che siede sul trono, cioè il dio d’Israele e il dio di Gesù Cristo, anche sulla terra non griderà kurios kaiser, non farà la genuflessione, la proskunensi davanti all’imperatore. Quindi la tua teologia influenza direttamente anche la tua ideologia, è anche la tua posizione nei confronti dei poteri di questo mondo, questa è la tesi dell’Apocalisse.
L’idea che l’Apocalisse ha del futuro è in funzione di questa tesi relativa al presente, questa è una struttura del discorso cristiano sul futuro, cioè tanto sul futuro individuale quanto sul futuro dell’escatologia cosmica, il discorso cristiano sul futuro se non vuole essere ideologia, mitologia deve essere correlato al presente. Predicando il regno di Dio, non è che si fa un discorso solamente su un domani vago e indefinito, da questo punto di vista Bultmann ha ragione diceva che se il nostro discorso escatologico è una specie di astrologia teologica, di futurologia teologica che riguarda questo domani appunto indefinito di cui per definizione non si dà esperienza, allora il discorso cade nella totale irrilevanza non ha nessuna conseguenza sull’oggi e quindi è ideologico, mitologico. Invece il discorso biblico sul futuro, per esempio: la predicazione profetica, il discorso apocalittico relativo alla rivelazione e anche al suo aspetto futuro, il discorso di Gesù su il regno di Dio, il discorso di Paolo sulla creazione (Romani,8) che geme nell’attesa della manifestazione finale della gloria dei figli di dio. L’insieme del discorso biblico sul futuro con tonalità diverse ma con un’intima coerenza interna è formulato in vista di un futuro di Dio in vista di un giudizio direttamente incidente che la comunità si trova a vivere, in questa stessa chiave va letta Apocalisse, 21. Non quindi come un’astratta visione, certo l’autore dell’Apocalisse si qualifica come veggente è uno che ha una visione è una successione di visioni pirotecniche, però questa visione non è astratta, non è scissa dalla realtà presente la sua audacia sta nel contestare il presente. La Gerusalemme celeste, non è la Gerusalemme di qua semplicemente proietta in alto come di diceva Feuerbach, ma contesta la Gerusalemme di qua per tacere di Roma però questa audacia ha la capacità di incidere sulla prassi della chiesa, di rafforzarla, di incoraggiarla, di consolarla con la forza del pantokrator. Questo è l’immaginario dentro il quale si muove questo prigioniero politico che scrive l’Apocalisse

«Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere giù dal cielo, da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate».E Colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega, il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi vince erediterà queste cose; io sarò il suo Dio ed egli mi sarà figlio. Ma per i codardi e gl'increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolàtri e per tutti i bugiardi la nuova parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo che è la morte seconda». (Ap, 21 1-8).»;
(manca registrazione 29:49 credo sia la continuazione della lettura dei versetti perché riprende sempre con la lettura da metà del versetto 6)
Questi versetti vengono adottati anche durante la liturgia, specialmente in avvento ma la lettura finisce al versetto sette, questo perché la liturgia vorrebbe evitare di chiudere su questa tonalità un po’ truculenta. Il centro di questo testo è nell’aggettivo nuovo che ricorre insistentemente, la chiesa attende a un nuovo cielo a una nuova terra, la nuova Gerusalemme attende che dio faccia nuove tutte le cose e anche il fuoco d’artificio di immagini dell’apocalisse ha appunto come scopo di esprimere questa novità occorre una sovrabbondanza di immagini per suggerire l’idea di questa radicale novità rispetto a ciò che si sperimenta, rispetto a quelle che nel testo sono chiamate con un immagine che ricorre anche in Paolo (Corinzi, 5), le cose di prima, che poi sarebbero le cose di adesso, le cose che la comunità sperimenta nel presente, sono passate Dio le ha rese nuove. 
La nuova realtà di Dio è fatta di cielo e terra, non solo cielo ma anche terra, la Bibbia è dell’opinione che il futuro di Dio non è per puri spiriti, non è un regno di fantasmi, Dio promette cielo e terra dove donne e uomini possano vivere anima e corpo. Non c’è alcun regno di Dio, il futuro biblico non è immaginato come qualcosa fatto solo per le anime perché il regno è vita e gioia e l’anima da sola vive poco e gioisce ancora meno. Anche le immagini di Gesù relative al regno, quelle delle parabole, parlano del regno come di un banchetto sovente e qui la nuova Gerusalemme è presentata come una sposa, che non è proprio un’immagine congrua l’idea che una città sia presentata come una sposa ma non è quella l’intenzione dell’Apocalisse. L’intenzione è di muovere un arsenale di immagini più vasto possibile per aprire una prospettiva di comprensione (banchetto e matrimonio sono immagini in cui la corporeità della donna e dell’uomo giocano un ruolo fondamentale).
In secondo luogo il regno è gioia, nella nuova Gerusalemme ogni lacrima è asciugata qui in qualche modo il testo trova il suo culmine, la tradizione sapienziale della Bibbia che si interroga sul problema del dolore, non solo quindi da Giobbe in poi anche prima di lui. Non è che nell’Apocalisse trova una risposta, semplicemente il dolore viene vinto. La Bibbia quando parla di dolore e di pianto non cerca di imbellettare religiosamente la sofferenza e non offre neanche la quadratura del cerchio cioè la risoluzione teoretica del cosi detto problema della sofferenza, quello che la Bibbia dice è molto semplice: il male e il dolore sono pura negatività e passeranno. Al verso 1 il testo fa una strana affermazione su il mare, «e il mare non c’era più», il mare per l’Apocalisse e in generale per il mondo biblico è la casa del Leviatano, il regno di mostri, area oscura tenebrosa dalla quale emergono potenze nemiche in particolare il mare nel capitolo 13 dell’Apocalisse è ciò da dove esce la bestia, il grande nemico. Le potenze malefiche che escono dal mare sono vinte, naturalmente qui il mare è il luogo per l’appunto delle domande senza risposta, della madre che ha perso il figlio, dell’anziano abbandonato, del giovane divorato dall’aids, la religione, i preti i pastori e sospetto anche gli psicologi possono aiutarci a nuotare in questo mare mentre la promessa di Dio è quella di asciugarlo. Naturalmente l’Apocalisse ha in primo luogo di mira il male come potenza storica, come potenza di oppressione da questo punto di vista il tema dell’Apocalisse è quello della teologia dopo Auschwitz, della teologia della liberazione più ancora. Il tema della potenza che opprime, della potenza che schiaccia è questa la bestia che sale dal mare e il mare viene asciugato e la bestia soffre.
Siccome questo è il futuro già nel presente la comunità è autorizzata anzi è chiamata a non inginocchiarsi davanti alla bestia questa è sempre l’esortazione legata alla proclamazione del futuro.
La nuova Gerusalemme viene poi descritta come il tabernacolo di Dio tra gli esseri umani, cioè la tenda dove Dio abita. Il nuovo tempio che Dio promette è il fatto che non c’è più tempio perché il Dio stesso è il tempio come dice il versetto 22 «nella città non vidi alcun tempio perché il signore onnipotente e l’agnello sono il suo tempio».Il futuro di Dio porta con sé la fine definitiva della religione. La religione è una funzione dell’assenza di Dio, il tempio tutto sommato è il simbolo della religione nella sua ambiguità. Da un lato è necessario, anche i critici teologici più radicali si rendono conto che la religione è essenziale fa parte del rapporto umano con Dio, dovunque c’è la proclamazione evangelica e ciò non fa parte di una degenerazione della fede ma è l’ombra di essa, va di pari passo. Il tempio come simbolo del religioso appartiene strutturalmente all’esistenza cristiana ma proprio perché circoscrive lo spazio del culto simboleggia anche il fatto che c’è un fuori rispetto al tempio e che è “feriale”. L’esistenza stessa del tempio separa lo spazio per Dio da uno spazio più o meno senza Dio, anche solo la porta di culto segna uno scatto di codice linguistico infatti difficilmente il codice linguistico utilizzato dentro la chiesa si utilizza anche fuori. Ma non bisogna pensarla come ipocrisia, perché è impossibile pensare che valga anche fuori la stessa logica del culto, c’è una diversità tra culto e vita quotidiana. Nella nuova Gerusalemme non c’è tempio perché l’agnello è il tempio, si compie qui la promessa che vi era nella crocifissione di Gesù infatti l’Apocalisse è la rivelazione della verità della croce. Secondo il racconto di Marco quando Gesù muore il velo del tempio si squarcia, quello che separa il santo dei santi dal resto del mondo, la croce di Gesù abbatte questo velo di separazione questo è quello che avviene in pienezza nell’ultimo giorno perché nell’oggi della comunità in cammino, il velo del tempio è squarciato nella dimensione della fede, è squarciato nella dimensione della promessa creduta mentre nell’ultimo giorno è squarciata nella dimensione dell’evidenza, cade la barriera dell’invisibile e quello che oggi è creduto da alcuni diventa l’evidenza a tutti. 
Questa è la promessa in queste immagini, ma cosa significano queste immagini? L’autore afferma di vedere la nuova Gerusalemme, afferma che solo chi può vederla può crederla, la nuova realtà di Dio è quindi nella croce di Gesù Cristo. L’alfa e l’omega che si rivelano nel futuro non sono altro dalla croce di Gesù Cristo ma ciò che cambia è il rapporto con la croce, si passa da un rapporto di adesione credente a un rapporto di evidenza ma il contenuto è sempre quello: il Cristo crocifisso. I cieli e la terra nuova sono presenti in Gesù come lo vede l’autore dell’apocalisse.
Chi attende il nuovo assume un atteggiamento ben identificabile nei confronti del vecchio, quest’aspetto è costitutivo della visione cristiana del futuro, non bisogna intenderlo come teoria e prassi non ci sono due tempi ma essi stanno insieme. Credere nel nuovo vuol già dire agire in un certo modo nei confronti del vecchio sono due facce di un'unica moneta. L’accavallarsi delle immagini è proprio il tentativo di descrivere una realtà a 360 gradi, cercando di abbattere questa separazione. La gioia del regno che viene genera energie liberatorie nel mondo che c’è adesso affinché coloro che vorrebbero sequestrare la libertà dei figli e delle figlie di Dio non abbiano l’ultima parola.
Lo spirito dell’Apocalisse è quindi un libro di battaglia, però è significativo il fatto che questo libro non si chiuda con un grido di guerra ma con una promessa rivolta a chi legge e con una preghiera : «Ecco chi attesta queste cose dice: «Si vengo presto» […] amen vieni signore Gesù» (Ap,epilogo vv 20). La preghiera non è una dimensione decorativa ulteriore in questo libro, nella prospettiva del veggente infatti può vedere la nuova Gerusalemme e contestare quella vecchia colui che vive in una prospettiva orante, questa unione che deriva da tutte le contrapposizioni che servono per scrivere le dissertazioni è la promessa cristiana.
L’idea tradizionale nella critica del cristianesimo secondo cui appunto il futuro abbia la struttura alienante che consiste nel proiettare al di là le energie che servono al di qua è proprio quello che l’Apocalisse vuole evitare. C’è si la preghiera che è l’ultima parola ma essa non esiste senza l’azione e nello stesso tempo l’azione nell’oggi è la proclamazione del futuro. L’apertura e la chiusura di questo discorso sono quindi l’agnello sgozzato e colui che sale al trono di cui anche l’agnello è la rivelazione. La struttura di questo discorso credo sia anche la struttura di ogni forma di cristianesimo che intenda pronunciare con serietà una parola relativa alla storia. Il giudizio della pertinenza storica rispetto all’oggi della storia della croce di Gesù passa attraverso questa proclamazione. Gesù è anche un esempio ma è esempio perché è rivelazione della verità di Dio e la rivelazione della verità di Dio che oggi è creduta è il contenuto della promessa della grande rivelazione dell’ultimo giorno.

 

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