ciclo di incontri - Novembre 1999
Quaderno n. 77
Un'idea di Europa: scenari possibili per l'Europa dopo l'ottantanove
Nazioni e nazionalismi
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L’uso politico della storia nella formazione della coscienza di una nazione

Marcello Flores
 

Fra le caratteristiche del Novecento, sicuramente rilevante è la "nazionalizzazione delle masse", un termine che ha avuto fortuna dopo essere stato introdotto negli anni settanta da un libro dello storico George Mosse, scomparso recentemente. E' un termine entrato nell'uso comune a testimoniare le forme attraverso cui interi popoli diventano "nazione" e si sentono appartenenti ad una specifica e storica identità con caratteristiche territoriali e culturali molto precise.

A dimostrare l'attualità del termine si può citare il caso della Francia, dove il libro di Mosse è appena stato tradotto e se ne discute come di un grande evento culturale, come se fosse opera recente.

Alla riflessione iniziata da Mosse negli anni settanta è seguita una serie di approfondimenti - che hanno articolato la questione - sulle simbologie, sui comportamenti ed i riti collettivi. Partendo dallo studio di Mosse, incentrato soprattutto attorno all'esperienza del nazismo e dei fascismi, il discorso si è allargato a tutte le società contemporanee di massa. Il nazionalismo e la nazionalizzazione delle masse rappresentano infatti il legame fra l'Ottocento e il Novecento, l'elemento di continuità fra un secolo, l'Ottocento, dove, almeno per quanto riguarda la storia europea[1], lo Stato ha costituito l'elemento forse ed il Novecento.

Quindi la "nazionalizzazione delle masse" può essere un proficuo trait d'union per leggere la storia sul lungo periodo.

La costruzione di miti, simboli, credenze collettive, ideologie, o almeno di parte delle ideologie contemporanee, costituiscono, rispetto a quella faccia tecnico-economica-scientifica che ha caratterizzato il secolo appena conclusosi, l'altra faccia della modernità. Nel mezzo, a metà fra queste due realtà, troviamo la politica, che nel Novecento è stata un intreccio a volte tragico, altre grottesco, di queste due facce, dell'elemento irrazionale e di quello razionale, del coinvolgimento collettivo, emotivo e dei tentativi di pianificare e controllare la storia.

Il processo che ha accompagnato la nazionalizzazione delle masse ha modificato il modo stesso con cui l'identità nazionale si crea e si ricrea continuamente. Nell'Ottocento essa è soprattutto appannaggio di élite che si ampliano, ma solamente con la nazionalizzazione delle masse diventa patrimonio collettivo.

Il problema dell'identità si è ulteriormente complicato negli ultimi anni del secolo: abbiamo assistito con l'89, data simbolica, alla fine delle grandi ideologie, o di alcune grandi ideologie, di alcune grandi religioni politiche e degli universalismi del XX secolo che hanno sempre avuto bisogno di miti, di simboli, di liturgie per poter avere consenso ed efficacia. Parallelamente è avvenuta una rinascita dei nazionalismi o addirittura di localismi, spesso proprio sul crollo degli universalismi. Credo che il caso della ex Jugoslavia abbia dato una palese dimostrazione di questo. Ma possiamo pensare anche alla diffusione in Italia di fenomeni di tipo culturale, o sottoculturale, come quello leghista, accompagnati dal fenomeno della globalizzazione che ha marciato con un dinamismo e con una rapidità impressionanti, soprattutto per quanto riguarda il linguaggio e le mode della comunicazione. Basti osservare che musica ascoltano o come si vestono i giovani di ogni latitudine del mondo, sia in circostanze di ricchezza che di arretratezza, per rendersi conto che questo fenomeno costituisce una novità e una rottura rispetto al passato.

Sempre in quest'ultimo ventennio si è moltiplicato anche quello che è stato chiamato da parte di molti un "abuso della memoria" o anche una "ossessione del passato". Fenomeni che, paradossalmente, hanno luogo proprio mentre i mezzi di comunicazione di massa, prima fra tutti la televisione con quel suo effetto oggettivo prima ancora che soggettivo, tendono ad una continua presentizzazione della storia, riducendola sempre più all'attualità, proponendola come un fatto fra i tanti del presente e dell'attualità.  Accanto a ciò naturalmente si ha anche quello che si chiama "uso pubblico della storia". Un uso che non sempre è univoco:  vi è un uso pubblico di tipo divulgativo, educativo, formativo; vi è un uso pubblico di tipo più dichiaratamente propagandistico, di strumentalizzazione; vi è, infine, un uso pubblico come volontà di legittimare delle posizioni, delle storie, dei brandelli di identità che vogliono assumere una maggiore identità.

Spesso, negli ultimi anni, alcuni processi o occasioni giudiziarie, sono stati i momenti in cui l’abuso della memoria e l’uso pubblico della storia hanno fatto le loro prove più interessanti, o almeno più eclatanti. Secondo questa prospettiva il punto di partenza  non è, però, quello degli ultimi anni, bensì si colloca più indietro: è il 1961, anno del processo Eichmann, che non costituisce solo un importante momento di svolta nella coscienza collettiva, europea e mondiale, sulla shoà, ma anche un momento di svolta fondamentale nell'identità dello stato israeliano che per la prima volta tenta di far entrare la shoà come elemento determinante, e non solo vittimistico, della formazione dello stato di Israele.

Negli ultimi anni la storiografia israeliana è stata oggetto di forti revisionismi che hanno letteralmente riscritto soprattutto la recente storia degli anni compresi fra la fine della guerra e la proclamazione dello stato di Israele. Più volte sono  state messe sotto accusa le costruzioni oleografiche, ufficiali o ufficiose e retoriche che da sempre accompagnano la storia di Israele. Naturalmente è ovvio che qualsiasi stato, al momento della sua fondazione,  si autorappresenti con una storia in cui difficilmente sono presenti tanti chiaroscuri: nel caso di Israele vi era il tentativo, riuscito, di costruire una identità e una memoria storica che nell'immediato servissero a rafforzare i bisogni collettivi del nuovo stato.

Nei confronti della shoà questo significava dare un quadro a tutto tondo in cui non comparivano , per esempio, le differenze di atteggiamento interne ai diversi ghetti. Differenze che compariranno, invece, dopo il processo Eichmann, nel corso del quale emerse che, se il ghetto di Varsavia insorse, nel ghetto di  Lodz in Polonia, prevalse invece un atteggiamento addirittura di compromesso con le autorità naziste per cercare di salvare il maggior numero possibile degli ebrei residenti.

Un altro esempio  di revisione della storia è l’atteggiamento tenuto nei confronti delle popolazioni arabe durante la guerra. Gli eventi, nella ricostruzione ufficiale, avevano avuto una formulazione fortemente retorica e semplificata, mentre vengono oggi ripercorsi tenendo conto delle diverse spinte esistenti e delle diverse forze che hanno contribuito alla costruzione dello stato di Israele. Ciò è stato possibile perché, nel frattempo, la storia di Israele si è modificata e Israele è divenuto uno stato che non teme più, come in principio, la possibilità di essere annientato dai paesi vicini. Israele, inoltre, è un paese che ha visto al suo interno profonde modificazioni da un punto di vista demografico, per le forti immigrazioni che si sono avute da ogni parte del mondo, con il risultato di un forte squilibrio - o riequilibrio - fra le diverse componenti dell'ebraismo della diaspora presenti all'inizio degli anni '40, nel momento della fondazione dello stato. Una popolazione in cui, ormai, ci sono anche diverse generazioni che sono nate israeliane e che non conoscono altra storia se non quella dello stato di Israele. Al contrario, i cittadini dei primi anni di vita dello stato avevano identità, origini e radici diverse, spesso conflittuali, che necessitavano di un forte sforzo comune per poter progettare un futuro insieme.

In altri esempi più recenti l'aspetto giudiziario ha avuto un ruolo forte di rilancio della questione identitaria.

In Francia il processo Papon ha, per la prima volta, messo sotto accusa in modo complessivo il regime di Vichy. Il rapporto della Francia con questo momento della sua storia ne fa un caso emblematico. Il silenzio sul  regime di Vichy, messo fra parentesi nella coscienza collettiva e nella memoria storica dell'intero paese, è stata opera progressiva sia di De Gaulle e del gaullismo, che avevano bisogno di rilanciare nel mondo la propria immagine di rappresentanti della resistenza antitedesca e del nazionalismo francese, sia, successivamente, anche del socialismo mitterandiano.  Infatti gran parte dei seguaci e dei protagonisti di primo piano del regime di Mitterand avevano iniziato la loro carriera statuale proprio durante la Francia di Vichy e, quindi, ne erano in qualche modo coinvolti. Non era immaginabile il riconoscimento di una continuità, anche a livello individuale, tra queste due esperienze.

In Italia, il caso del processo Priebke ha riproposto, come altre volte in passato, la discussione spesso artificiale e assurda sull'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine. La discussione ha, d’altra parte, permesso che dell'attentato di via Rasella venisse fatta una ricostruzione storica come quella del bellissimo libro di Portelli "E l'ordine venne eseguito", edito lo scorso anno da Donzelli. Il libro non è solo un racconto dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, ma una raccolta delle voci che all'epoca e successivamente si sono create attorno a questo tragico evento, una costruzione di una memoria storica spesso decisamente in contraddizione con la realtà di fatti facilmente ricostruibili.

A proposito di questi due tragici eventi, il dibattito politico-ideologico è spesso ruotato attorno ad una sola questione: i tedeschi non avrebbero ucciso e decimato le persone che poi morirono se i responsabili dell'attentato si fossero consegnati. Questa leggenda è assolutamente falsa perché le prime notizie riguardo all'attentato di via Rasella si ebbero, e le diedero i tedeschi stessi, quando già era avvenuto l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Quindi non ci sarebbe stata nessuna possibilità materiale, temporale e tecnica di evitare questa tragedia. Nella ricostruzione che Portelli ha fatto della vicenda compaiono addirittura famigliari di alcune delle vittime delle Fosse Ardeatine che credono o ricordano di aver sentito per radio il messaggio che invitava i responsabili a consegnarsi; fatto che risulta non vero da un riscontro effettuato negli stessi archivi radiofonici. Ciò sottolinea come l'identità e la memoria di un avvenimento, che possono costituire una tappa importante in un'identità collettiva, conoscono vicende che sono tutt'altro che lineari e facili.

Un altro caso giudiziario è  giunto di recente a conclusione: riguarda il generale Pinochet in Cile e ha comportato la riproposizione di una polemica, anche storiografica, di un giudizio sull'esperienza cilena che è stata riportata alla luce solo dal processo.

Il rapporto tra storia e identità collettiva è quindi continuamente rimesso in discussione. La storia è sempre utilizzata per creare un'identità, per rafforzarla o per smentirla.

Si pensi, per uscire dal Novecento, a due date: il 1389, la Battaglia del Campo dei Merli che costituisce  per la Jugoslavia, per il Kossovo e per la Serbia una data importante su cui si è costruita gran parte dell'artificiosa contrapposizione nazionalistica degli ultimi anni. L'inizio della campagna etnico-culturale contro le minoranze non serbe è iniziata proprio nell'89 con le celebrazioni per il seicentenario di quella battaglia. In quell'occasione furono  gli Accademici delle Scienze della Serbia a scrivere un documento ponderoso  per giustificare la necessità da parte della Serbia di occupare il Kossovo e di avere una posizione di egemonia in tutta l'area balcanica.

Oppure si pensi al ruolo che ha avuto e che continua ad avere in Francia il 1789, la presa della Bastiglia. E' un momento rivoluzionario, acquisito come elemento fondante dell'identità nazionale francese anche nei momenti di maggior conservatorismo e di rifiuto di qualsiasi tendenza rivoluzionaria. E' diventato un simbolo al di là di quello che ha effettivamente rappresentato.

Esiste un'identità di lungo periodo, formata da quelli che vengono chiamati "caratteri di un popolo", che esistono anche se difficilmente identificabili. Non è una identità scientificamente verificabile e misurabile, ma sicuramente  è visibile: basta girare il mondo per accorgersene.

Esiste poi un'altra identità, legata invece ad un'epoca, ad un periodo, a un regime o ad un governo. Spesso questi due piani, di lungo periodo e di breve periodo, si intrecciano, si contraddicono, si complicano tra loro. Pensiamo per esempio a tre momenti storici considerati caratteristici di tre popoli: il trasformismo italiano, tendenza a servire sempre chi vince e chi è al potere, dai tempi delle dominazioni spagnole fino al passaggio da Berlusconi a D’Alema; il razzismo o superomismo tedesco, che si è manifestato in tanti modi e durante il nazismo in modo esplicito e particolare; lo sciovinismo francese, che porta i francesi a pensare di avere una cultura talmente superiore agli altri da guardare dall'alto ogni altra esperienza.

In Italia si è recentemente parlato di "morte della patria" perché con la crisi della prima repubblica veniva a chiudersi un periodo in cui tutti complessivamente avevano accettato l'idea che questo periodo della nostra storia nazionale era stato segnato dalla Liberazione, dalla Resistenza, dalla Costituzione che ne era uscita. Su questa base si era creata una retorica, quella che studiavamo da ragazzini a scuola, una agiografia e un "modo" ufficiale che ha provocato delle reazioni, degli anticorpi, e che  ha retto quanto il sistema politico che ne era il prodotto. Scomparso questo sistema, si è potuto parlare anche di guerra civile in opere storiografiche di altissimo rilievo come quella di Claudio Pavone, per esempio, lasciando spazio a chi ha potuto proporre il discorso della "morte della patria" e individuare quindi la data in questo senso significativa della nostra storia recente nell'8 settembre 1943 invece che nel 25 aprile del '45. Da ciò si vede che sono le contingenze di un dato periodo che permettono di guardare a certe date o a certi episodi per ricostruire la propria identità. Scegliere oggi l'8 settembre del '43 come data cruciale della recente storia italiana nazionale vuol dire dare un giudizio sostanzialmente negativo di essa, in cui sono prevalenti le debolezze e le ombre. Al contrario,  chi invece fondava l'Italia repubblicana  sul 25 aprile dava una visione ottimista di quello che la repubblica aveva costruito. Lo stesso vale per la Francia di Vichy. Lo stesso è stato per la Russia alla fine degli anni '80: con l'inizio della perestrojka e dell'epoca di Gorbaciov la discussione sulla storia precedente dell'Unione Sovietica ha ritrovato un ruolo fondamentale. Il dibattito e le polemiche sulla storia hanno spesso anticipato i conflitti politici, sono stati gli elementi attorno ai quali si discuteva per parlare di aspetti più prettamente politici.

Se si guarda agli avvenimenti di quegli anni, si vede che il primo periodo a essere messo sotto  processo pubblicamente, non solo in opere storiche, ma per esempio in romanzi, in  film, in opere teatrali, è stato lo stalinismo dell'epoca cruciale di Stalin, quella che va dal 1934 al 1953, poi si è messo sotto accusa anche il periodo precedente, attorno alla fine degli anni venti, quindi si sono messi in discussione lo stesso Lenin e la stessa rivoluzione bolscevica. Infine si è addirittura, anche se solo da parte di alcuni, tentato di ricreare una simbologia e una mitologia dello zarismo: chiaramente difficile da realizzarsi, data la debolezza intrinseca da un punto di vista politico e culturale che aveva avuto lo zar Nicola II in tutta la sua vita. In questo caso la storia è diventata veramente un serbatoio per cercare di ricreare una identità che, con la crisi del comunismo, bisognava in qualche modo inventarsi perché non c'era più quella identità solida in cui tutti, volenti o nolenti, si erano riconosciuti ed avevano accettato nel passato.

Negli anni successivi però progressivamente il peso della storia svanisce sempre più così che mentre alla fine degli anni ottanta ogni giornale dedicava almeno  un quinto delle proprie pagine a dibattiti o a notizie di carattere in qualche modo storico, oggi per trovare nei giornali russi riferimenti alla storia bisogna aspettare giorni e giorni, e difficilmente questo costituisce un argomento di interesse pubblico.

L'uso pubblico della storia non è quindi continuo, ma, a seconda delle fasi diverse, può costituire un grande momento di ricostruzione, di rivisitazione della propria identità, o invece qualche cosa che è meglio accantonare. Perché oggi è meglio accantonarlo? Per fare una discussione storica oggi bisognerebbe operare dei confronti tra le aspettative sul dopo comunismo, in gran parte non realizzate, ed elementi di continuità che si sono palesati più del normale. Per esempio, in Russia la corruzione è forse aumentata rispetto all'epoca di Breznev, quando era già ben forte. Quindi, il timore della storia fa sì che il silenzio costituisca in questo caso una scelta, ma la scelta del silenzio è a sua volta un uso pubblico della storia, così come lo sono un monumento, una piazza dedicata ad un personaggio storico. La memoria collettiva è quasi sempre una ricostruzione del passato in funzione della visione che si ha del mondo presente. Ogni nazione, ma anche ogni comunità, ogni partito, ogni gruppo tecnico, religioso o, addirittura, professionale, ha bisogno di una identità condivisa in cui la storia sia certa, semplice e a forti tinte. Per avere questa caratteristica di entrare a far parte della identità, la storia deve essere così; non può essere una storia piena di dubbi, di complicazioni e di distinguo; deve essere una storia ben chiara, come era ben chiaro che il 25 aprile del 1945 l'Italia diventa finalmente libera. Il  fatto poi che questa liberazione abbia comportato una serie di contraddizioni passa, in questo momento, in secondo piano.

Vi è quindi una contraddizione di fondo, che siamo destinati a portarci dietro, tra le necessità della storia insegnata e l'uso pubblico della storia, tra lo storico che è alla ricerca delle verità della storia, che cioè cerca di articolarle, capirle, analizzarle e verificarle continuamente, e invece l'ideologo, il quale piega la storia alle esigenze della propria identità o dell'identità di una parte. Che l’ideologia pieghi la storia non significa, peraltro, necessariamente che la verità venga distorta. In alcuni casi è solo un fare silenzio su alcuni aspetti, sottolineandone o enfatizzandone altri.

Ecco allora i due ruoli della storia, quello della storia intesa  come magistra vitae, e quello della storia come momento di identità.

Insegnare la storia significa educare ad un senso critico, a vedere le cose continuamente da punti di vista differenti e ad unire ottiche ed esperienze a volte contraddittorie, per giungere a conclusioni provvisorie. Diverso è invece l'atteggiamento di chi deve utilizzare certezze storiche per costruirci un'identità.

Come intervenire allora quando si manifesta l'uso politico, più che pubblico, della storia? Bisogna prenderne le distanze? Bisogna invece cercare di approfondire, facendo un po' la parte del grillo parlante, contraddicendo i mass media? O invece è necessario prendere una posizione, la meno dogmatica di tutte, quella un po' più aperta, per entrare in questa battaglia che spesso viene intrapresa su certezze storiografiche che si confrontano tra loro?

Esaminiamo ancora alcuni esempi. Il primo viene dal processo Papon, in Francia, dove sono stati chiamati a testimoniare alcuni storici: alcuni hanno accettato, altri, più consapevoli del proprio mestiere, hanno rifiutato.

E'  stato chiesto loro se un funzionario di grado elevato della prefettura di Parigi, come Pierre Battiston, avrebbe avuto la possibilità teorica di collaborare con i nazisti per stendere le liste degli ebrei da deportare. Un interrogativo a cui non si può rispondere che affermativamente, dato che gli storici hanno dimostrato che le prefetture francesi sono state coinvolte e hanno collaborato con i nazisti. Ma alcuni storici hanno rifiutato di testimoniare poiché la loro testimonianza avrebbe significato decidere se il singolo individuo Papon avesse collaborato a preparare le liste. In questo caso un singolo individuo sarebbe stato giudicato utilizzando come strumento di prova un giudizio storico e non una prova valevole dal punto di vista giudiziario per una vicenda che riguarda invece una intera categoria. Questi storici, pur essendo consapevoli che Papon era un farabutto, non hanno ritenuto di poter intervenire, portando un discorso da storico, in un giudizio con caratteristiche, linguaggio e modalità proprie di un processo giuridico. E’ evidente che si tratta di una questione complessa. Non è un caso che alcuni abbiano rifiutato.

Come si risponde, quindi, quando l'uso della storia può diventare una questione così influente per le vicende private di qualcuno, o comunque per la storia politica del proprio paese?

Altro esempio: il massacro di Katyn, località dove, nel corso della seconda guerra mondiale, i sovietici massacrarono alcune migliaia di ufficiali polacchi arrestati nel periodo in cui l'Unione Sovietica conquistò la parte orientale della Polonia, dopo che la Germania ebbe conquistato, in base agli accordi segreti e al trattato dell'agosto del '39, la parte occidentale.

Del massacro di Katyn, già scoperto verso la fine della guerra, i sovietici avevano sempre accusato i nazisti. All'epoca del processo di Norimberga fu discusso a lungo se ammettere quel massacro fra le prove a carico dei nazisti. I russi, probabilmente temendo ciò si sarebbe potuto scoprire, si rifiutarono di accusare i tedeschi. Inoltre le voci che quel massacro era stato compiuto dai sovietici e non dai nazisti circolavano da tempo (una delle testimonianze del tempo era proprio quella di un italiano che era stato uno dei medici legali chiamati per esaminare i corpi degli ufficiali). Ma solamente dopo l'89, con l'apertura degli archivi sovietici e dopo una serie di  ricerche promosse dai governi di Gorbaciov e di Eltsin, è stato possibile arrivare alla verità. In questo caso si sono sovrapposte differenti menzogne: quelle dei sovietici, ovviamente, e quelle dei governanti polacchi comunisti. Questi ultimi, però, hanno sempre sostenuto di non averne mai saputo niente rivendicando, come Gomulka, una adesione nazionale forte e cercando di contrapporre il proprio comunismo nazionale ai comunismi più ossequiosi nei confronti di Mosca (come quello cecoslovacco). Da una parte si trattava di ricostruire la verità dei fatti, dall'altra, in Polonia e in Russia, si è innescato un processo di semplificazioni in base al quale si considerava falso tutto quello che era stato detto dai comunisti.

In Polonia questa questione si era intrecciata con un'altra. Negli anni settanta un generale polacco si trasferì negli Stati Uniti dove era stato assunto dai servizi segreti con il ruolo di generale. Egli raccontò tutto quello che sapeva e in premio lo pagarono profumatamente, gli regalarono una bella plastica facciale e gli diedero una nuova identità. In patria venne considerato per tutti gli anni ‘70 e ‘80 un traditore, il suo nome stesso fu simbolo del tradimento. Nell'89 qualcuno propose di riabilitarlo perché aveva intuito prima degli altri che bisognava cambiare regime e passare dalla parte dell'occidente. Anche in questo caso si aprì una grande discussione: è un traditore o è un eroe? È un traditore, perché comunque non si tradisce la patria anche quando questa è retta da un regime che si rifiuta, o è un eroe, poiché in nome dei propri principi ha cercato di salvare la patria quando era sotto il tallone sovietico? 

Si può solo dire che ora quel generale si è rifiutato di tornare in Polonia e vive con la faccia nuova e con il falso nome negli Stati Uniti, non si sa dove. 

L’ultimo caso che vorrei ricordare è relativo agli Armeni. Il genocidio degli Armeni, non tanto come fatto storiografico, data la grande quantità di studi già esistente sulla vicenda, ma come caso di uso pubblico della storia, ha avuto tappe diverse. Il governo turco ne ha fatto un certo uso pubblico: i turchi negano che vi sia stato un genocidio degli Armeni, negano che ci siano stati dei massacri, se non quelli giustificati come reazione a tentativi di rivolta degli Armeni, quinta  colonna dei russi di cui sarebbero stati alleati. Infatti durante la prima guerra mondiale gli Armeni vivevano metà in Russia e metà in Turchia : una parte combatteva con l'Impero Ottomano e una parte con quello russo. Secondo i turchi, però, anche il primo gruppo di Armeni aveva una fedeltà sentimentale verso i russi. L'uso politico della storia è palese. Si è avuta negli anni tutta una serie di prese di posizione internazionali, dell'ONU e della Comunità Europea, in cui si dichiarava che, finché la Turchia non avesse riconosciuto il genocidio degli Armeni, non sarebbe stata ammessa in Europa. Decisione che è stata poi accantonata quando le questioni sono diventate di altra natura o quando il problema kurdo è diventato più attuale. Negli anni ‘70, quando alcuni gruppi di Armeni hanno dato vita ad un terrorismo internazionale particolarmente significativo e continuato, con una serie di dirottamenti aerei, era in nome di quell'uso pubblico della storia che essi compivano i loro attentati. Non chiedevano, come altri, la liberazione di prigionieri, ma volevano solo attirare l'attenzione del mondo su un episodio accaduto cinquant'anni prima. Un uso pubblico della storia più forte e inusuale di questo non si era mai visto. [2]

E' dunque evidente come nella storia ci siano dei momenti di crisi e di rottura in cui più facilmente e con più forza le verità storiche di comodo o ufficiali vengono usate per la costruzione dell'identità. Sono situazioni in cui è difficile opporre solo la risposta del richiamo ad un senso critico. Quando i Serbi usano la vicenda della battaglia del Campo dei Merli reinventandola, gli storici o gli intellettuali che possibilità hanno di dimostrare che la storia è diversa, se quella vicenda, così come è stata narrata, in modo arbitrario e falso, ottiene consensi sempre maggiori, perché divulgata dalla televisione, perché raccontata in modo semplice e accattivante nelle scuole? Nei momenti difficili c'è bisogno di modelli positivi, di condanne senza attenuanti, di risposte nette.

Sicuramente non è facile far sentire un’altra voce perché, in quelle occasioni, può esserci una spinta a contrapporre ad alcune verità di comodo che risultano perònauseanti altre che lo sono un po’ meno. Uno storico non può che  essere comunque a  favore della ricerca della verità, anche se, nel tentativo di far comprendere la complessità e le articolazioni della realtà, rimane in minoranza e inascoltato. In alcuni momenti, che il nostro Paese fortunatamente non vive, non è facile, soprattutto per chi abbia un ruolo educativo, tenere un tale atteggiamento. In altri Paesi, anche vicini, si combattono conflitti nazionali e quello dell'identità è un forte motivo di scontro, il più forte forse. Da noi le cose sono diverse: polemiche ci sono state, per esempio, per quello che nei libri di scuola si è scritto di  Berlusconi perché, spesso, quando si parla di Berlusconi, viene usato un linguaggio politico di tipo cronachistico e giornalistico. Varrebbe la pena, invece, di parlare di altri personaggi che, come Mandela, hanno fatto la storia del Novecento. 

Altre situazioni si presentano come più complicate: un esempio è il caso accaduto qualche anno fa in California. Qui  ci fu una grande polemica nel mondo della scuola quando, nel comitato che adotta i libri di testo di storia (negli Stati Uniti, paese di libero mercato, la scelta dei libri non è libera: viene adottato un libro uguale per tutte le scuole), il board degli insegnanti della California decise di commissionare un nuovo libro di storia ad uno storico americano democratico e decisamente aperto, di nome Gary Nash. Costui aveva scritto, a detta di chi l'ha letto, un libro fra i più equilibrati che esistano. Il libro, dopo incontri e riunioni durati tutto un anno, fu rifiutato da tutti quanti i comitati delle minoranze (quella nera, quella ispanica, quella cinese, quella coreana) perché ritenevano che in quel libro di storia le vicende del paese e le radici di quella appartenenza non fossero rappresentate in modo tale da rendere i bambini orgogliosi di appartenere ad una determinata etnia o popolazione. Quindi è rimasto adottato il vecchio libro razzista che si usava precedentemente in tutte le scuole americane. A noi italiani questa questione può anche far sorridere perché nella nostra società non abbiamo ancora il problema di una forte presenza di comunità strutturate, con culture, lingue e storie diverse alle spalle, anche se qualche accenno si intravede, nel modo di vestire, nelle pratiche religiose. E' un  problema delicato, soprattutto se si pensa che la storia è un elemento fondamentale per la crescita dell'identità e della coscienza individuale, specie quando ci si rivolge ai bambini alle prime fasi di apprendimento. Tutte le storie nazionali sono state descritte come storie eroiche in qualche modo. Quindi perché ad alcuni, per rispetto della verità, bisognerebbe negare questo diritto? E' una questione estremamente delicata.

Penso che le risposte agli interrogativi posti da un discorso come il mio, possano venire solo da uno sforzo collettivo; non saranno certo delle invenzioni individuali che potranno risolvere i dubbi.

Nel campo della costruzione dell'identità, forse, adesso la scuola, che ha sempre avuto un ruolo privilegiato e fondamentale, ha un'influenza molto ridotta rispetto a quella, per esempio, della televisione. Ciò non comporta minori responsabilità, anzi, comporta un impegno non solo come educatori, ma come cittadini tout court che devono capire come utilizzare anche lo strumento dei media. Il problema dell'identità non è solo una questione di contenuti di verità storica, aspetto relativamente facile da affrontare, che con un certo sforzo si può arrivare ad illustrare e a far condividere, ma è anche un problema che riguarda il contesto in cui certe polemiche avvengono, il linguaggio che viene usato, i momenti di contingenza spesso politica che fanno sì che la storia emerga in primo piano. Spesso chi dà le risposte più semplici ottiene il risultato più efficace anche se  non è il più vicino alla verità.

Conversazione tenuta presso la Fondazione "Serughetti La Porta" il 13 gennaio 2000. Registrazione non rivista dall’Autore



[1] Al contrario avviene nella storia dell'Asia, ma soprattutto dell'Africa, dove l'invenzione di stati-nazione è stata costruita sulla distruzione di realtà ed identità sia territoriali che culturali più importante precedentemente insediate.

[2] Inoltre le relazioni internazionali tra gli USA e la Turchia hanno sempre come punto critico la questione degli Armeni, perché negli Stati Uniti vive una forte minoranza armena che vota, costituisce lobby e quindi possiede una certa rilevanza politica.

 

 

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